“Iper, La grande i” – Ti fidi di quello che mangi?

Atmosfere americane per uno spot tutto da ridere.
E tu, ti fidi di quello che mangi?

In sintesi

“Iper, La grande i” voleva comunicare al pubblico l’attenzione che punti vendita dedicano soprattutto ai prodotti gastronomici e freschi.

Soluzione: Don’t Movie ha presentato una creatività basata sul ribaltamento iperbolico del concetto, realizzando uno spot dal forte impatto visivo.

Il cliente

“Iper, La grande i” è una catena di ipermercati italiana. Con ventisei ipermercati in sette regioni italiane, si distingue dalla concorrenza per la particolare attenzione all’architettura dei punti vendita ed al rispetto dell’ambiente.

La collaborazione

Il rapporto fra Don’t Movie e “Iper, La grande i” nasce nel 2009 nell’ambito del concorso nazionale Movi&co.

La richiesta

“Vorremmo evidenziare ai nostri clienti che, nei nostri punti vendita, i prodotti gastronomici e da forno sono preparati sotto i loro occhi con ingredienti di qualità”.

La lavorazione

Don’t Movie ha proposta al cliente una creatività che, partendo dallo slogan “Ti fidi di quello che mangi?”, mostra una situazione inquietante in cui niente è mostrato e tutto sottinteso. Una simile atmosfera risulta così in netta contrapposizione alle logiche di trasparenza e qualità del punto vendita, creando un ribaltamento risolutorio finale.

A livello produttivo è stato effettuato un lungo ed attento lavoro di location. Lavorando sugli opposti, si voleva utilizzare una tipica ambientazione da fast-food da contrapporre alla qualità e alla freschezza dei prodotti del cliente. A livello di immaginario si è scelto di concentrarsi su una location tipicamente “made in USA”, così da non richiamare catene di ristorazione note, quanto piuttosto il diner di provincia. Dopo una lunga ricerca è stato individuato il “Juliette’s Diner” di Lesa (NO).

Durante la fase di casting la produzione si è concentrata sulla caratterizzazione dei tipici personaggi da locale malfamato: la coppia un po’ equivoca, i due camionisti, i motociclisti, lo psicopatico solitario e la cameriera svogliata e un po’ rude. Al centro di tutto “la vittima sacrificale”, l’uomo qualunque capitato lì per caso e costretto a subire le conseguenze della situazione.

E’ stata dedicata una cura particolare alla fotografia. Il d.o.p. ha scelto un mood tipicamente noir evidenziando la differenza cromatica fra interno ed esterno, sfruttando i tagli di luce delle veneziane ed i riflessi dei neon pubblicitari. Dal punto di vista registico è stato creato un crescendo drammatico graduale: ogni inquadratura doveva di portare un elemento in più alla scena rispetto a quella precedente, così da trascinare lo spettatore verso il climax finale che anche la colonna sonora ha contribuito a creare. Questa, partendo da una serie ritmica basica per poi accrescere ad ogni battuta lo spessore timbrico e armonico fino alla liberazione finale. La scelta comunicativa della composizione della colonna sonora è in linea con le esigenze della regia, descrivendo l’ambiente e il parallelismo creato dalla recitazione con una marcetta militare in grado di scandire i tempi del montaggio. Verso il finale, il punto di svolta che registicamente è accentuato dall’uso del vertigo, viene sottolineato da un crescendo di fiati che sfocia nel liberatorio ingresso del reef di chitarra.

Ecco alcune foto di backstage: